di Antonino Contiliano su Retroguardia
Nel contesto della svolta digitale-macchinica contemporanea della sensibilità individuale e collettiva, volta al controllo del tempo e delle temporalità individuali, il teatro di Rino Marino, come arma già inventata e da reinventare, gioca la sua carta di temporalità sfasata come su un piano. Il piano dell’esperienza interna-esterna della pratica dei molti oggetti intenzionali-intenzionati attaccati dal vento e foschie. Si è nel teatro della scena della durata fulminea dei pensamenti, dei soliloqui e dia-loghi “fuori sesto” consumati nell’immobile via-andare di elementi eterogenei che, nell’identità dello scrittore, confliggono tra un sé, un io, un tu, gli altri e il fuori relazionati e relazionantisi nell’ordine del caos che taglia l’io e il mondo di ognuno. Il miscuglio che, nel “piano di immanenza” – come direbbe il Gilles Deleuze” –, è avvolto di “fitta nebbia”, la “bruma” che popola e spopola i pensamenti in scena e in divenire della nuova “Tetralogia del dissenno” di Rino Marino. I ri-pensamenti della ripetizione, quella di una identità sfasata rispetto ai “profilati” dei marchi di fabbrica contemporanei; quelli che dis-individualizzano ogni soggettività e oggettività privandoli delle singolarità psico-collettive costruite dai processi della cultura simbolico-semiotica partecipativa più che secolare!
L’identità del nostro rifiuta invece la perdita di partecipazione simbolica per reinstallarsi continuamente come sensibilità percettiva critica (la percezione non è mai sensibilità nuda ma già giudizio in-forma …); e per quanto negativa gli possa pure essere/apparire la sua funzione conoscitiva-informativa-comunicativa affermativa non si dilegua punto. La catastrofe del sensibile, prodotta dalla fabbrica dei marchi del mercato universale del capitalismo spirituale, non lo vede infatti artista e scrittore di teatro reattivo, bensì attiva singolarità attestata su un’aisthesis non addomesticata o pre-addestrata dalle categorie dell’astrazione dominanti (e, allo scopo, a vario titolo, poste come marchio identitario nel “ballo delle ributtanti”). Appresso alcuni stralci:
«Cavaliere Nulla si compie … […] Tutto ristagna. Nulla trapassa. Silenzio urente. E una parola monca d’accattone . […] una manciata d’oro in cambio di un violino. Nuvole sparse… […] parole avvinazzate sul selciato. Nuvole di vento. […] … Un pugno d’oro per un violino scordato» (Lunario, pp. 72, 73).
Mezzogiorno o mezzanotte “l’orologio della torre”, a “memoria d’uomo”, da sempre, è stato/ è fermo e segna l’ora della “consegna”: la consegna, in “via dei martiri” e in una valigia, di una folata di vento del «Vento di pineta (La consegna, p.106)», o, in un barile, di “onda del Baltico” (ivi, p. 109) o nel buio “che avvolse un venditore di ombre cinesi lungo il cammino di ritorno” (ivi, p. 111).
«– Dove dormi? – Non dormo – Dove abiti? – Non abito. Da un’eternità – Dove? – Dove si fermano le scarpe. Al di là della sera. Al di qua del mattino. Dopo il crepuscolo, prima dell’alba– […] Avevo un libraccio senza titolo, in nessuna lingua del mondo, che si perdeva le pagine a ogni spiffero di vento e mi sparì in un rogo di capodanno nel ciarpame della camerata. […] La senti la gramigna, il fruscio dell’erba di vento? Ora si va, ché incominciano a calare le ombre e il cielo si rabbuia, come per un capriccio. Si ritorna alla tana. […] Ite …in culo al genere umano e buona notte ai suonatori. […] (p. 126). […] In bocca l’amarume dei giorni incartocciati come spoglie di cipolla. E dentro … il nulla … custodito come una reliquia. […] È in questo istante ambiguo, in questo preludio o commiato, di luce o di tenebra, che io voglio finire. In questo dubbio insanabile …» (Fiele, pp. 116, 126, 128).
Monocordi (privi di varietà, uniformi, monotoni), tre personaggi battono:
«Uomo della cassa Asciucà lu mari … Asciucà lu mari … Asciucà lu mari … […]. Verma Scòtulalu, ch’è accampatu. Duedicoppe Di lu vermi di la camula. Verma Scòtulalu di la tigna e la malaria. Duedicoppe Di la rugna e la caristia. Verma Di li frevi e la scalogna. Duedicoppe Di la mala purcaria. Verma Scòtulalu. Cu’ la canna biniritta. Duedicoppe Cu’ lu lignu miraculusu. Verma Cu’ la santa eucaristia.» (La verma, pp. 131, 162).
Una singolarità, il nostro, artistica (di parte) che, previa memoria pre-individuale-collettiva adusa ai paradossi e alle contraddizioni in divenire, mette in scena un teatro di poesia delirante e risonante pubbliche convergenze. Un processo cioè che, come una “nuova arma”, usa rappresentazioni teatrali fuori riga utilizzando simboli di esperienza sensibile, intellettuale e sostrati ipomnesici (storicamente coagulatisi) di lunga durata e profondità psico-culturale e politica. Mondo e mondi che, diversi, risuonano nel profondo dell’inconscio collettivo come resistenza e fughe (mai in sosta!) alla frontiera dell’illusione dinamica. Una quasi perfetta adozione che mescola realtà e immagini nella presenza dell’istante esplosivo quanto dolorante (urente). Il momento della durata che, come sottolineano le espressioni enunciative strutturate col connettivo ‘e’ della logica delle sintesi congiuntive disgiuntive, impasta elementi eterogenei per un po’ d’ordine nel caos che minaccia l’unità dell’io quanto mondo/i:
«Ora che non ti tosano più come le bestie all’ammasso e (c.n.) fai da ricettacolo ai pidocchi, come un infestato […] La bocca fiele […] e (c.n.) l’ufficiale giudiziario alla porta, che gli restano da pigliarsi i chiodi del muro e (c.n.) le cimici del materasso …» (Fiele, p. 124).
Una singolarità che rinuncia all’uso del verbo dell’identificazione (la ‘è’); e ciò per una fuga che non è mai passiva ma una tabella di marcia che crea ponti di informazioni, azioni e complicità riflessive (nel caso tra l’opera d’arte teatrale e lo spettatore): i motivi cioè ricorrenti di una memoria collettiva dall’alba dell’umano: il sogno, l’amore, la morte, la natura con i suoi elementi (messi in paesaggio), il viaggio. Temi tutti presenti in tutte le culture, le opere e le epoche, e tali che, radicati nel sostrato ipomnesico del genere e della specie dell’animale umano, conferiscono alle opere d’arte (qual è la scrittura teatrale di Rino Marino) una profondità e un’estensione che tra-scendono le barriere culturali e temporali dei fili spinati (ma senza perdere la soglia che divide il reale e l’esistente dalla finzione). Se si vuole conservare il nesso critico delle molteplicità degli eventi, imprescindibile è il loro rapporto nella con-tingenza del pensare, essere e fare psico-collettivo plastico (qui e altrove).
Tale, infatti, è la vigilanza che, in ogni testo della nuova pubblicazione del nostro, mai manca la necessità di “una causa da determinare” (Fiele, p. 120) e, tra interrogativi ed esclamazioni (espliciti e/o impliciti), di precisare e appuntare lo specifico (un pelo, un elmo, una valigia … un appuntamento, un’indicazione, un numero, una via, un ricordo da ri-cordare, ri-vedere e un luogo comune da ri-posizionare e ri-organizzare) per incontrarsi/ci su un diario memoriale puntualmente temporalizzato; il diario/lunario cioè del tempo o della durata dell’arte e della poesia di Rino Marino. Il “lunario”.
Il lunario che si/ci ri-presenta nella sua nuova opera (“Tetralogia del dissenno II- Lunario, La consegna, Fiele, La verma” a cura di Vincenza Di Vita e prefazione di Filippa Ilardo, Spoleto, Editoria & Spettacolo, 2024, pp. 166, € 16,00). E perché no, secondo chi scrive, il calendario (senza orologi) dell’elogio del “dissenno”! È il dissenno catastrofico che, in queste opere teatrali, si dipana come il flusso di un montaggio cinematografico; infatti, nei quattro testi teatrali, ogni battuta-scena dice e/o disdice in quanto correla battute in scena come foto-grammi concatenanti precedenti e successivi per causalità o giustapposizione associativa o intrecci come avviene nei flussi. I processi dinamici, musicali o meno, dove ogni traccia/impronta verbo-grammatizzata, se isolata, diversamente, rimarrebbe infatti muta o insignificante.
Visione catastrofica della vita? Ineluttabilmente il suo tempo è quello della morte? ma è la morte che apre la possibilità di una “condivisione del sensibile” (nuova?) inventando, se possibile, nuove armi per ri-organizzare il piano sociale delle singolarità oggi mandate nella discarica dei rifiuti tossici. E questo, secondo noi, vuol dire che si tratta della posta in gioco di una guerra ancora da combattere; una lotta conflittuale che presuppone un’arte ancora da ri-inventare, tanto quanto quella politica; una reinstallazione politica della questione dell’arte del sensibile, dello spirito e del culto del teatro come ripetizione di una singolarità inquieta, la necessità di una individuazione fra le altre e l’oscillazione tra il sé, l’io e il noi e la co-ricerca di un “raggio di luce” come dice l’uomo con l’ombrello all’uomo con la valigia in attesa della “consegna del vento di pineta”.
Un vento, come diceva il personaggio Maria ne “Il ciclo dell’atropo” della “Tetralogia” prima (comprendente pure “Ferrovecchio, Orapronobis, La malafesta”), “per cambiare rotta”.
Ma per il cambiamento non basta il movimento, se ci manca l’inventiva! E l’inventiva, se non si fa un divenire il fuori del linguaggio e attraverso il linguaggio stesso non può né riflettere né auto-riflettersi: tale, infatti, singolarizza il dissennato dello scarto e del rincarto dell’incarto “dei fogli sdruciti” (Fiele, p. 115); e tale non può farsi salutare l’ac-cadere degli eventi se non esservi/ci trascinando-strascicando-vertiginando le parole fuori di se stesse e, tra musica, colori, sonorità, facendole diventare obliquità di di-visioni (proprie).
https://retroguardia.net/2024/10/31/del-teatro-lio-sfasato-di-rino-marino/