Come fa il femminile di Il Verme? Ma La Verma naturalmente. Ed è questo il titolo dello spettacolo scritto e diretto da Rino Marino al Teatro Sybaris, ambientato in una sorta di lurido antro o di cantinato se si vuol essere generosi, corredato da una scala in legno che conduce metaforicamente all’esterno attraverso una botola, pure essa in legno. In un lato della scena c’è una vecchia in gramaglie con fazzoletto nero intorno al viso (Miriam Palma sembra un’immagine antica di quelle donne siciliane in via d’estinzione) che ‘nnaculìa (dondola) una decrepita carrozzella con un bimbo dentro che non si vede, mentre il centro è occupato da una grande cassapanca, da cui in alcuni momenti pare ci sia dentro qualcuno che batte dei colpi e s’avverte la presenza del figlio della donna (Fabio Lo Meo nel ruolo del Duedicoppe) che le chiede di farle l’orazione per i vermi, considerato che è pure fattucchiera. I due personaggi si esprimono in un dialetto ancora in auge nelle zone tra Palermo e Trapani, a volte incomprensibile pure a chi scrive e si ha l’impressione d’avere davanti alcuni parenti di quel film di Ettore Scola del 1976, Brutti, sporchi e cattivi, con Nino Manfredi e Maria Luisa Santella protagonisti. I dialoghi sono grotteschi, surreali, ricordano quelli di Scaldati e si respirano aure di Ciprì e Maresco, ruotanti qui, per esempio, attorno al numero dei denti rimasti nelle loro bocche, certamente più deboli di quelli del defunto capo famiglia. Visto poi che il Duedicoppe si gratta di continuo la testa, pare legittimo chiedere alla madre che gli schiacci dalla folta capigliatura quei quattro pidocchi prima che il quinto scappi via, giacendo sul suo grembo a faccia in su, formando quasi l’immagine scultorea de La Pietà di Michelangelo. Intanto l’uomo della cassa, fratello del Duedicoppe (un silente Liborio Maggio dalle membra scheletrite) dopo alcuni colpi emerge da quella postazione e madre e figlio gli sostituiscono il lenzuolo sporco con uno nuovo, chiudendo poi il coperchio sopra la sua testa. Il Duedicoppe vorrebbe evadere da quella fogna, godere del mondo, ma non ci riesce, sputa e trattiene le bestemmie, mentre La Verma canticchia una novena col rosario in mano, in accordo con quelle musiche da Requiem suonate dalle bande musicali nel Venerdì Santo trapanese. Poi sempre La Verma con un bastone in mano batte dei colpi sul palco, ma dalla cassapanca non c’è alcuna risposta. Madre e figlio la aprono e tirano fuori l’uomo morto con le membra avvolte da un lenzuolo bianco, formando l’insieme quasi l’immagine pittorica della Deposizione di Caravaggio. Lo spettacolo si chiude con la donna che scappa via col pargoletto (finto) in braccio e col Duedicoppe che svuota le sue tasche spargendo in alto pugni di farina bianca. Certamente uno spettacolo espressionista, una regia che lascia il segno quella di Rino Marino, talmente reale da sembrare iperrealista e dunque falsa, come quell’opera di Magritte ‘Cecì ne pas une pipe’, siglata da un trio d’attori davvero bravi.