SERRAGLIO. Al-di-là del dissenno è una produzione Sukakaifa con MarDiVi, da un’idea e per la regia di Rino Marino, con le fotografie di Castrenze Ezio Fiorenza.
CREDITI PROGETTO
Produzione: Sukakaifa con MarDiVi
Ideazione e regia: Rino Marino
Fotografie: Castrenze Ezio Fiorenza
Video editing: Guido Bandini
Sound design: Marcello Tacconelli, Alessandro Omodei
Contributo critico: Antonino Contiliano
Con: Tano Bandiera, Vito Barruzza, Ludovico Caldarera, Baldo Cerasa, Arianna Cona, Antonino Contiliano, Nino Giannotta, Giuseppe Giardina, Gaspare Guzzo, Lillo La Vecchia, Fabio Lo Meo, Liborio Maggio, Miriam Palma, Fabio Pannetto, Salvatore Parisi, Antonella Sampino, Giuseppe Sanicola, Giada Vitrano.
Alienati oltre limina invalicabili, tra lo sfacelo del proprio mondo psichico e la minaccia di un altrove incognito e inarrivabile. Al di là di un aldilà che denomina, non per mero vezzo linguistico, una condizione mortifera.
Un serraglio di volti piagati dalle storture di esistenze ai margini, in un comune destino di alienazione, affiorati da tane sepolcrali, ruggini di grate, vetri smangiati, schegge di effrazioni, sfilacci di trame, viluppi di ragnatele, nell’impossibilità di squarciare il velo rassicurante della logica comune.
Una manciata di istantanee di ‘vite infami’, fossili, condannate, senza anelito di slancio né prospettive di riscatto, all’inedia della frammentazione.
Ho voluto trascinare Castrenze Ezio Fiorenza in un progetto visionario, crudamente poetico, dove non si accarezza la luce: si scava con le unghie nelle secche del buio. Né si lambisce il disagio: si rovina a capofitto nel precipizio del delirio, negli strapiombi allucinanti della pazzia.
Serraglio nasce dall’urgenza di raccontare per immagini, seppure al limite dell’onirico, la sofferenza psichica nelle sue manifestazioni più estreme, oltre ogni possibile inquadramento nosografico o discriminazione tra pazienti psichiatrici, attori, intellettuali e volti sconosciuti, accomunati in un progetto sine termine, finché l’intento degli autori e la disponibilità degli interpreti potranno consentirlo.
Rino Marino
Ogni fotografia è un incontro.
Ogni incontro richiede tempo. Il tempo di guardare, di sostare, di riconoscere una presenza prima ancora di cercarne una spiegazione.
La fotografia non nasce per definire, classificare o raccontare interamente ciò che ha davanti. Esiste sempre una distanza tra chi guarda e chi viene guardato, uno spazio invisibile nel quale qualcosa può accadere.
Questi ritratti abitano quello spazio.
Un volto, uno sguardo, un gesto, una luce diventano tracce di una condizione umana che non appartiene soltanto alla persona fotografata. L’immagine non cerca una storia individuale da raccontare, ma un frammento nel quale ciascuno possa ritrovare qualcosa di sé.
Ogni fotografia nasce da un rapporto fatto di luce, attesa e presenza. Anche ciò che si frappone tra noi e l’altro — una grata, un vetro, una rete, una stoffa, uno spazio chiuso — appartiene a questo linguaggio. Non è soltanto un limite, né un simbolo da interpretare. È parte dell’immagine e ci ricorda che ogni incontro attraversa una distanza che non sempre è facile superare.
La fotografia chiede a chi guarda di scegliere: fermarsi davanti a quella distanza oppure attraversarla.
Perché oltre ogni serraglio, oltre ogni confine visibile, rimane ciò che nessuna barriera può trattenere: la presenza dell’essere umano.
Castrenze Ezio Fiorenza
Le linee di fuga dei volti di Fiorenza e Marino
Estrarre dalla follia quel po’ di vita che emerge.
Né dialogo, né colloquio, né intervista: solamente l’atto dello spostamento nomade di una relazione in tensione pluripolare simultanea. L’idea di Marino — non una visione o una rappresentazione —, la cospirazione di Fiorenza, l’individualità coinvolta, la circostanza ambientale con i suoi elementi in gioco, il sorgere di un volto, ottenuto attraverso uno scatto che rivela la macchina fotografica non come mero registratore, ma come agente produttivo dell’evento-viso. Una singolarità emerge come effetto: la foto come espressione ed esposizione di una virtualità concretizzatasi.
In atto, qui e ora, e poi nel passaggio a un prossimo luogo espositivo, si sperimenterà il rapporto del divenire-differenziale dello spettatore: il suo essere corpo “fra” queste foto, negli eventi che si sottraggono alla luce delle identificazioni determinate. Nella contingenza delle circostanze — emergenze dai “buchi neri”, dalle “pareti bianche”, dalle riflessioni degli specchi anomali — avviene un incontro col pensiero di queste espressioni multiple col “Fuori” e con le sue esplosive congiunzioni istantanee. Catture di una macchina fotografica a scatti rapidi e assoluti. Rimandi che si imprimono, esprimono, contraggono ed espandono. Congiunzioni sulla superficie di tratti di volti senza Io e senza Soggetto.
Mostra di una collezione di intensità percettive, blocchi di sensazioni indefiniti. Un posizionarsi di linee di fuga creative, deterritorializzazioni dei limiti che, nell’immanenza dei processi formali, transitano gli uni negli altri al di là dei confini: fratture e divenire-identità senza identità. Volti come territori non mappabili. Divenire di eventi singolari e anomali che si sottraggono alla “dispersione” classificatoria della luce, intesa come riconoscimento di identità fisse.
Di solito pensiamo alla luce come a ciò che rivela, che porta alla conoscenza. Ma nel pensiero del Fuori (si pensi a Foucault, al fuori di Deleuze o allo spazio letterario di Blanchot), la luce non è la chiarezza cartesiana. È una luce abbagliante, nera o dispersiva. È la luce della coscienza, della rappresentazione, del mercato delle identità. È la luce che frammenta il reale in oggetti “facilmente classificabili, riconoscibili e manipolabili”. La luce cioè dell’Io e del Soggetto che illumina il mondo per assoggettarlo, creando una dispersione di significati e griglie epistemiche in cui ogni cosa perde la sua singolarità per diventare un’etichetta manipolabile.
Le immagini qui presentate — che si offrono come evento d’essere — non sono finestre sull’anima, né enigmi da decifrare con gli strumenti della psicoanalisi, né proposte angosciose (intese come passione triste, perdita della gioia di essere-vita). Al contrario, si pongono con una presenza silenziosa e irriducibile: volti che rifiutano la categorizzazione, corpi che abitano lo spazio fotografico senza consegnarsi al giudizio dello sguardo interpretativo. La fisiognomica, antica arte di leggere il carattere nei tratti del viso, viene messa in crisi non per negazione, ma per sovrabbondanza: ogni ruga, ogni piega della pelle, ogni asimmetria diventa traccia di un’esistenza che non chiede di essere spiegata, ma semplicemente riconosciuta.
Qui l’Angoscia si pone come affetto del “Ritiro” (il nascondimento-evento). Se tradizionalmente l’angoscia è un’“affezione triste” perché ci fa sentire impotenti di fronte a ciò che ci sovrasta, nel quadro del Fuori essa cambia di segno. Non è la paura di un oggetto determinato (che la luce potrebbe illuminare e rendere gestibile), ma la vertigine creatrice di fronte a ciò che si sottrae alla presa della luce: un inarrestabile effetto delle affezioni di corpi o parti mescolate nelle variazioni della potenza di agire delle cose. È l’evento inatteso, un accidente che accade nel mondo, l’irruzione del Fuori con le sue forze. Questo evento, per non essere immediatamente fagocitato, digerito e riclassificato dalla “luce dispersiva” dell’identificazione, compie un’azione affettiva di nascondimento. Non un nascondimento passivo (come un oggetto al buio), ma un ritrarsi attivo, una fuga verso il nero della notte. La Notte non è assenza del giorno, ma spazio del Neutro-Fuori, dove le immagini perdono la forma e l’identità si dissolve nel mormorio dell’Il y a (l’impersonale “c’è”), intrecciandosi con l’angoscia dell’Io che sente “diminuire la potenza gioiosa d’essere”.
Tuttavia, l’angoscia diminuisce la potenza gioiosa solo dal punto di vista dell’Individuo, dell’Io, del Soggetto. L’Io si angoscia perché sente cedere le proprie griglie di individuazione; è l’affetto che segna il fallimento dei processi di identificazione (“riconoscimento”) di fronte all’eccesso dell’inaspettato. L’Evento inatteso si nasconde nel suo stesso manifestarsi: più cerca di afferrarlo, più scivola nel Fuori, nella notte, nell’impossibile. L’angoscia è il dolore dell’Individuo che vede sgretolarsi i propri confini, la propria “potenza” di manipolare e riconoscere. Ma se spostiamo il punto di vista dall’Individuo al Fuori, l’angoscia cessa di essere semplice “tristezza” e diventa pura intensità, “gioia” del Fuori (l’intensità pre-individuale, l’impersonale irruzione delle forze potenziali). Il Fuori non è un altrove spaziale, ma l’intreccio immanente delle forze pre-individuali e impersonali che costituiscono la virtualità da cui emergono, e in cui possono dissolversi, le forme individuate.
Ciò che si nasconde (l’evento inatteso) non è un nulla, ma un eccesso di presenza che rifiuta la forma. L’angoscia è l’affetto che ci mette in contatto con le forze pre-individuali, con le singolarità non ancora sottoposte alla violenza della classificazione. In questo senso, l’angoscia è la traccia affettiva del “piegamento” (Gilles Deleuze): il Fuori non è un altrove spaziale, ma il pli (piega) che crea un’intimità, una “tasca” vuota. L’angoscia è il sentimento di questa piega, il respiro del Fuori che entra in noi non per illuminarci, ma per svuotarci, portandoci nella notte o nel “nero” dove le cose non sono più oggetti manipolabili, ma pura materia di un evento in atto.
Questi tratti non narrano storie; le sospendono. Il soggetto fotografato non è un caso clinico, né un simbolo, né un archetipo. È un individuo la cui singolarità si manifesta proprio nel rifiuto di essere tradotto in linguaggio. La macchina fotografica, in questo senso, non indaga: testimonia. E il compito dello sguardo critico non è interpretare, ma accompagnare — con rispetto e attenzione — la presenza irripetibile che ogni immagine custodisce.Antonino Contiliano