Al Selinus (14-3-’26) con Rino Marino. Tratteggiando i volti, i divenire
Cerchiamo di estrarre dalla follia la vita contenuta in essa,
pur odiando i folli che non cessano di far morire
questa vita, di rivolgerla contro se stessa.Gilles Deleuze
Quando un artista, già alterato nella percezione, estrapola un volto/dei volti dal contesto – dal corpo, dall’ambiente, dal tempo – e lo espone allo sguardo pubblico come corpo discorsivo e dispositivo collettivo in incarnazione scenica, compie un’ulteriore operazione di decontestualizzazione. Lavora con “i divenire”, trasformando dati bio-fisiognomici in una proposta densa di significati: una costellazione di pieghe, soglie e passaggi, un’intensità di “percetti” concatenati ma irriducibili a qualsiasi chiusura dell’ordine dominante e alle abitudini individuali e di massa.
Un concatenamento che non esclude il pubblico, anzi. Il volto isolato non è più soltanto un oggetto da guardare, ma diventa un soggetto che ci interpella. La platea smette così di essere un luogo di osservazione distaccata e si trasforma nel prolungamento di quel “piano di immanenza”, di quell’intreccio di elementi eterogenei cui la scrittura delle immagini curvate rinvia e con cui inevitabilmente ci si innerva.
È il luogo in cui lo spettatore non è più semplicemente “di fronte” al trauma delle alterazioni e delle pieghe dei volti. Ne viene piuttosto catturato nel campo gravitazionale, coinvolto in un duplice movimento di identificazione e distacco. Un coinvolgimento che non è né l’uno né l’altro, ma un divenire delirante di entrambe le dimensioni della vita, un tentativo di sfuggire al buco nero della follia.

Da sinistra: Giuseppe Undari, Antonino Contiliano, Rino Marino, Fabio Lo Meo
Si apre allora una reale virtualità in fieri: un luogo dove l’identità dell’ipotetico spettatore inizia a sfasarsi mentre si concatena “tra” le pieghe delle cose, come un corpo che non sa più dove inizi o finisca la propria interiorità “e” dove cominci l’esteriorità della scena dell’incontro, pur senza perdere ciò che lo denota e lo connota: degli incontri nel “frammezzo” o delle relazioni tra le cose che si intersecano. È l’orchidea – direbbe Gilles Deleuze – che diviene vespa e la vespa che diviene orchidea, continuando tuttavia l’una a essere orchidea e l’altra vespa.
Che un processo simile potesse essere messo in moto già dalla visibilità di una composita fotografia esposta come locandina pubblica non è meno rilevante dei fatti successivi che hanno animato la serata con i consueti riti – gli atti previsti dalle presentazioni pubbliche dei libri – funzionali alla presentazione dell’opera teatrale di Rino Marino. Fra gli atti e le presenze costitutive, le individualità degli interventi della serata: Rosario Atria, Vincenza Di Vita, Giuseppe Undari e chi scrive.
Una transizione, una soglia in movimento: così si presentava quella sera del 14 marzo al teatro Selinus di Castelvetrano. Sul palcoscenico il pubblico, quasi senza voler dare nell’occhio, si soffermava davanti ai volti della locandina che, esposti allo sguardo di chiunque, annunciavano la singolarità di Rino Marino – artista, scrittore di teatro, attore e regista.
Una singolarità che veniva ad annunciare la presentazione della sua opera teatrale: le Tetralogie del dissenno. Un ciclo di testi che può essere immaginato come una figura irregolare, quasi un poligono non euclideo: una cartografia di blocchi di sensazioni, percezioni, immaginazione e intellettualità in fuga, mentre cercano un’arma critica. Una verità che si presenta come “macchina da guerra” capace di perforare gli ordini consolidati e le ovvietà del mercato.
Si disegna così uno spazio tracciato e intrecciato che confina e insieme mette in comunicazione il dentro e il fuori attraverso linee e punti di congiunzione, composizioni di erranza. L’errare diventa qui deterritorializzazione e lotta permanente contro la riterritorializzazione, cioè contro il ritorno a un fondo protettivo.
La funzione cartografica di questo spazio tende a chiudersi e riaprirsi come una figura determinata, ma allo stesso tempo mantiene i propri limiti aperti verso l’indeterminato dei contatti, verso l’esterno – il Fuori – il suo reale escluso e isolato. E tuttavia questo isolamento serve a rompere l’abitudine. Normalmente guardiamo i volti per riconoscerli, non per vederli nelle loro pieghe. Se l’artista di questo poligono ondulatorio ferma il tempo è per dirci: guarda meglio, qui c’è un enigma che non hai ancora risolto.
Un volto isolato è anche un volto che perde la propria maschera sociale, diventando paradossalmente più dilatato proprio nel momento in cui viene analizzato nei suoi tratti più minuti. Isolare i tratti significa mostrare ciò che spesso viene nascosto: le rughe di un santo, le unghie sporche, la pelle arrossata, un abito diruto; dinieghi che non sono negazioni, ma parti in ombra. Una parte visibile al mondo e una parte oscura, forse tormentata, certamente non marginale. E gli occhi che vanno oltre.
Lo sguardo di quegli occhi – non nascosto nella raffigurazione della locandina – sembra allineato verso un punto che noi non vediamo. È lo sguardo tipico di chi abita un mondo interiore non comunicabile, perfettamente coerente con il tema del dissenno, inteso come deviazione dal senso comune. La follia diventa allora un vuoto dove oscillano flussi di particelle estetiche emesse e riassorbite insieme alla verità, una verità che non si nasconde dietro la cosmesi sociale.
Lo sguardo diventa così atto di resistenza e desiderio di non arretrare. È lo sguardo di chi ha visto troppo e, invece di chiudere gli occhi, decide di continuare a guardare. Una scelta consapevole. La sfida che consiste nel rivendicare il diritto a essere fuori: fuori dal coro, fuori dalla norma, fuori dalla grazia.
È la ribellione che si fa carne: non una protesta urlata, ma una presenza che, semplicemente esistendo con quella forza, scuote le certezze di chi guarda. L’alterità di un volto politico – nel senso più alto del termine – che occupa uno spazio e lo difende con la sola forza dell’espressione di un’esperienza non certo rassicurante. La sfida del volto isolato, non addomesticato dal senso comune. Una scelta che oggi potremmo chiamare pensiero critico, teatro di pensiero immanente, capace di sostenere uno sguardo diverso anche quando tutto intorno è buio.
In questa configurazione il teatro non è più semplicemente un edificio o asettico contenitore, ma un dispositivo di contagioso sradicamento. La platea diventa un vuoto, non perché sia priva di persone – anzi! (una molteplicità di individualità – quella del Selinus del 14.3.’26 (che, partecipe, è rimasta coinvolta e inchiodata alla problematicità delle verità eterodosse fino alla chiusura sipario) –, ma perché è vuota di certezze precostituite: addizioni/sottrazioni senza somma e/o resto.
Il dissenno – una follia lucida – diventa allora la condizione stessa del pensiero critico. Il vuoto virtuale della platea è lo spazio necessario affinché qualcosa di nuovo, così, possa finalmente accadere, l’estrarre dalla follia la vita contenuta in essa. Una “religio” di fotoni espressivi intrecciati e messi in scena dall’etica dei volti dissennati e dal regime dei segni e degli enunciati con-tingenti della compagnia “Sukakaifa” di Rino Marino.
Antonino Contiliano
Marsala, 16 marzo 2026