In occasione della replica di domenica 24 maggio de La Verma al Teatro Selinus di Castelvetrano Federico Celeste realizza questo approfondimento:
In una stamberga di una Sicilia ancestrale, prende vita il delirante rituale quotidiano di una sgangherata famiglia: La Verma (Miriam Palma), un’inquietante madre che accudisce un bimbo di stracci con antiche orazioni; Duedicoppe (Fabio Lo Meo), un povero disgraziato nato sotto una cattiva stella; L’uomo nella cassa (Liborio Maggio), il fratello moribondo agli ultimi scampoli di vita. Una processione grottesca e sotterranea, in contemporanea a quella del Venerdì Santo sul cortile sovrastante, sfocia in un conflitto familiare che annulla la dimensione affettiva, da cui emerge un’umanità primordiale quasi completamente spoglia della sua razionalità.
“La scrittura dei miei personaggi è carica di una valenza catartica, in cui emergono vizi, storture e fragilità. Di solito, tendo a delinearli così come li immagino in una ipotetica vita reale: con un corpo, una voce, un atteggiamento e un abbigliamento ben definiti.” Argomenta l’autore.
L’incontro-scontro tra La Verma e Duedicoppe è una costante oscillazione tra comico e drammatico, realtà e allucinazione, tragico e ridicolo, sacro e profano, devozione e blasfemia. Il figlio è infatti convinto che la sua condizione possa cambiare, grazie alla “Maronna di li miserabili” o a quella “di la truvatura, chi fa attruvare l’oro a li morti di fame”; la madre, invece, è ferma nelle sue credenze e lo accusa di essere un buono a nulla, proprio come “lu dui di coppi cu’ la briscula a dinari”, incapace perfino di bestemmiare. Il trionfo del degrado sfocia in una grottesca Pietà, la “Maronna di li pidocchi” sulle note della canzone Quannu la Madunnuzza nutricava.
Gli oggetti scenici assumono un’importanza fondamentale da diventare reliquie e simboli del passato:


“È qualcosa che va al di là di una cifra stilistica meramente naturalistica e nasce piuttosto da un’istanza intima, che attiene a una sorta di sacralità. Ad esempio, il costume de La Verma apparteneva a un’anziana prefica.”
Il valore della rappresentazione è impreziosito dalle musiche originali dei Fratelli Mancuso:
“La collaborazione con Rino nasce da un’affinità artistica, in cui drammaturgia teatrale e musicale convergono per rievocare gli aspetti scomparsi di una Sicilia ancestrale e scuotere l’animo umano. L’obiettivo è quello di creare un continuo tra rappresentazione e colonne sonore, al fine di arrivare al cuore dello spettatore senza lasciarlo indifferente.” Spiega Lorenzo Mancuso.
Fatta eccezione del già citato estratto dall’album Trazzeri, le quattro colonne sonore sono state composte appositamente per il dramma. La sansula, il salterio ad arco, il bordone dell’armonium e della ghironda,la grancassa e altri strumenti medievali e moderni sono essenziali per riesumare quel mondo antico, la cui durezza ed essenza è resa perfettamente nel brano finale Accussì. I Fratelli Mancuso svelano che alcuni brani musicali della rappresentazione faranno parte del nuovo album.
L’unione di Marino con la provincia nissena è duplice: i Fratelli Mancuso sono di Sutera; i drammi dell’autore Ferrovecchio, La malafesta e Orapronobis (tratti da Tetralogia del dissenno, Editoria & Spettacolo, 2020) sono stati messi in scena al teatro La condotta di San Cataldo diretto da Michele Celeste, a cui è legato da profonda amicizia.
La Verma sarà replicata il 26 luglio al Salìber Fest a Salemi.

